Marco Nappi,60 anni di calcio ribelle.E un gioiello nato da un palleggio diventato leggenda
Ci sono calciatori che si ricordano per i numeri.
E poi ci sono quelli che restano impressi per un gesto, un carattere, un modo irripetibile di stare in campo. Marco Nappi appartiene senza dubbio alla seconda categoria: anarchico, istintivo, spettacolare, amatissimo dalle tifoserie. Un uomo che ha trasformato il calcio in teatro di strada, senza mai perdere quella rabbia genuina da periferia romana.
Il suo sessantesimo compleanno è stato celebrato anche dal Guerin Sportivo, che ha raccontato la lunga parabola di “Nippo”, dal Genoa alla Fiorentina, passando per decine di piazze dove ha lasciato il segno più umano che statistico.
Eppure, quando si parla di Nappi, c’è un’immagine che torna sempre.
Una di quelle che il calcio italiano custodisce come una vecchia fotografia consumata.
Coppa UEFA 1989-90.
ACF Fiorentina contro SV Werder Bremen.
Marco Nappi sulla fascia laterale tiene il pallone incollato alla testa, avanzando in equilibrio quasi circense, tra stupore e follia tecnica. Una giocata diventata iconica, rilanciata per anni da “Mai dire Gol” e rimasta scolpita nell’immaginario collettivo del calcio italiano.
Ma certe immagini non restano solo nel calcio.
A volte diventano materia viva. Metallo. Simbolo.
Ed è qui che entra in scena Gianfranco Quartaroli, artista orafo ed ex compagno di squadra di Nappi ai tempi del Ravenna FC. Due caratteri diversi, ma legati da quell’epoca di campi pesanti, spogliatoi veri e calcio vissuto senza filtri.
Quartaroli ha voluto omaggiare l’amico con una creazione unica: il celebre “gioiello della foca”, una scultura-orafa che raffigura una foca con il pallone in equilibrio sulla testa. Un richiamo diretto a quel gesto immortale di Nappi, capace di trasformare un controllo di palla in un pezzo di cultura popolare calcistica.
Ed è bellissimo, in fondo, che un numero di calcio sia diventato un gioiello.
Perché racconta perfettamente chi fosse Marco Nappi: uno che sfuggiva alle definizioni. Non solo attaccante, non solo fantasista, non solo combattente. Ma qualcosa di più raro. Un calciatore istintivo, quasi artigianale, che giocava seguendo l’energia del momento.
Il Guerin lo definisce simbolo “di un’altra epoca”. E probabilmente è vero.
Un’epoca in cui il calcio sapeva ancora essere sporco, poetico e imprevedibile insieme.
E forse proprio per questo, a sessant’anni, Marco Nappi continua a essere ricordato con affetto autentico. Non come una figurina ingiallita, ma come certi dribbling improvvisi che ancora oggi, dopo decenni, sembrano poter partire da un momento all’altro.



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