Artisti e simbolo dell’infinito:un segno che continua a rinascere
Il simbolo dell’infinito è uno dei segni più semplici, riconoscibili e affascinanti della cultura universale. Due linee curve si incontrano, si incrociano e continuano idealmente senza trovare mai una conclusione.
È un’immagine capace di evocare l’eternità, l’amore, il tempo, il movimento e il continuo rinnovarsi della vita.
Nato come segno matematico, nel corso dei secoli l’infinito ha superato i confini dei numeri ed è entrato nella filosofia, nella spiritualità, nel design e nell’arte. Ogni artista lo ha interpretato secondo la propria sensibilità: c’è chi lo ha trasformato in spazio, chi in movimento, chi in responsabilità collettiva e chi, come l’orafo e artista Gianfranco Quartaroli, in un circuito da indossare.
Da segno matematico a icona universale
Il simbolo ∞ viene generalmente attribuito al matematico inglese John Wallis, che lo utilizzò nel 1655 per rappresentare una quantità senza limite.
La sua forza, tuttavia, non è rimasta confinata alla matematica. La forma ricorda un nastro continuo, un percorso che torna su se stesso senza possedere un vero punto finale.
Proprio questa ambiguità – due anelli distinti che appartengono a un’unica linea – ha affascinato numerosi protagonisti dell’arte moderna e contemporanea.
Constantin Brâncuși: l’infinito come elevazione
Tra le più celebri interpretazioni artistiche dell’idea di infinito si trova la Colonna senza fine di Constantin Brâncuși.
L’artista non riproduce graficamente il segno ∞, ma ne traduce il concetto in una successione verticale di forme geometriche che sembra poter proseguire oltre i limiti materiali dell’opera.
La ripetizione diventa slancio, elevazione e aspirazione verso qualcosa che non può essere misurato. Il Museum of Modern Art descrive la struttura ritmica della colonna come capace di suggerire una possibile espansione infinita.
L’infinito, in Brâncuși, non è dunque un simbolo da osservare frontalmente, ma una direzione verso cui tendere.
Approfondimento del MoMA
M.C. Escher: un percorso senza principio né fine
Maurits Cornelis Escher ha esplorato l’infinito attraverso paradossi visivi, geometrie impossibili e trasformazioni continue.
Nell’opera Mobius Strip II del 1963, alcune formiche percorrono un nastro di Möbius: una superficie che sembra avere due lati ma che, in realtà, ne possiede uno solo.
Le formiche avanzano lungo un tragitto chiuso e continuo. Non esistono un vero inizio e una vera fine: il percorso coincide con il movimento stesso.
È una lettura particolarmente vicina all’idea del circuito, perché l’infinito non viene rappresentato come immobilità eterna, ma come viaggio che continua.
Opera conservata dalla National Gallery of Art
Yayoi Kusama: entrare fisicamente nell’infinito
Yayoi Kusama ha trasformato l’infinito in un’esperienza immersiva.
Nelle celebri Infinity Mirror Rooms, specchi, luci e riflessi moltiplicano lo spazio fino a cancellarne visivamente i confini. Il visitatore non guarda semplicemente un’opera: vi entra e si ritrova circondato da immagini che sembrano ripetersi senza termine.
Nella poetica di Kusama, l’infinito è insieme meraviglia, espansione e dissoluzione dell’individuo in uno spazio più grande. La ripetizione di punti, luci e riflessi rende percepibile ciò che, per sua natura, non può essere racchiuso.
Le Infinity Mirror Rooms alla Tate Modern
Michelangelo Pistoletto: il Terzo Paradiso
Una delle più significative reinterpretazioni contemporanee del simbolo è il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto.
Nel 2003 l’artista riconfigura il tradizionale segno matematico aggiungendo un terzo cerchio centrale.
I due cerchi esterni rappresentano polarità e antinomie, tra cui natura e artificio; quello centrale diventa il luogo della loro compenetrazione, un grembo generativo dal quale può nascere una nuova umanità.
L’infinito non è più soltanto eternità: diventa equilibrio, trasformazione e assunzione di responsabilità.
Con Pistoletto il simbolo entra nella dimensione sociale. L’opera invita a cercare una sintesi fra mondi apparentemente opposti e a costruire un futuro nel quale sviluppo umano, tecnologia e natura possano ritrovare una relazione armonica.
Il significato del Terzo Paradiso secondo Cittadellarte
Gianfranco Quartaroli: l’infinito diventa un circuito da indossare
In questo dialogo fra arte, forma e significato si inserisce la nuova interpretazione di Gianfranco Quartaroli, orafo e artista di Valenza, conosciuto per avere trasformato le silhouette dei circuiti automobilistici e motociclistici in gioielli.
Nel Circuito dell’Infinito, Quartaroli osserva il simbolo ∞ con lo sguardo di chi, da oltre vent’anni, racconta la velocità, le piste e la passione per il motorsport attraverso l’arte orafa.
I due anelli diventano così le curve di un tracciato ideale: una pista che non termina mai e sulla quale ogni fine coincide con una nuova partenza.
Lo smalto nero collocato all’interno del segno richiama visivamente l’asfalto. Non è soltanto una scelta estetica, ma l’elemento che rende immediata la lettura del gioiello: l’infinito diventa strada, movimento e vita vissuta.
Un diamante posizionato sul punto di partenza rappresenta lo start, l’istante in cui ogni viaggio ha origine.
Ma su un circuito infinito quel punto non indica un’unica partenza: ricorda che si può sempre ricominciare. Il diamante è luce, energia, resistenza e memoria; un riferimento luminoso lungo un percorso che continua nel tempo.
Un’opera diversa dal tradizionale gioiello con l’infinito
Il Circuito dell’Infinito non nasce come un semplice ornamento romantico.
Quartaroli trasforma un simbolo molto diffuso in un’opera riconoscibile, legata alla propria storia artistica e alla ricerca iniziata nei primi anni Duemila con i gioielli ispirati ai tracciati di auto e moto.
La pista in smalto nero e il diamante allo start introducono un racconto preciso: la vita è un circuito fatto di curve, accelerazioni, soste, cadute e ripartenze.
Non importa quante volte si attraversi lo stesso punto, perché ogni passaggio avviene con un’esperienza diversa.
È anche un gioiello dedicato alla continuità dell’arte. Indossarlo significa custodire una parte della storia creativa di Gianfranco Quartaroli e portarla nel futuro.
Per questo il progetto si presta a una limited edition numerata, accompagnata da certificato di autenticità, firma dell’artista e numero progressivo dell’esemplare.
Oro bianco e argento: due versioni, una sola storia
Il Circuito dell’Infinito può essere realizzato in oro bianco, nella versione più preziosa e collezionabile, oppure in argento, per rendere il progetto accessibile a un pubblico più ampio senza rinunciare alla forza del concept.
In entrambe le interpretazioni rimangono centrali i tre elementi dell’opera:
- la forma universale dell’infinito;
- la pista in smalto nero;
- il diamante che indica lo start.
Bracciale e collana diventano così piccoli manifesti da indossare, capaci di unire arte, gioielleria e cultura del motorsport.
Da Pistoletto a Quartaroli: quando un simbolo genera nuovi significati
Pistoletto e Quartaroli partono dallo stesso archetipo, ma arrivano a risultati autonomi e profondamente differenti.
Pistoletto aggiunge un terzo cerchio e trasforma il segno in un progetto di equilibrio fra natura e artificio. Quartaroli mantiene il movimento del doppio anello e lo interpreta come una pista, facendo dell’infinito un circuito esistenziale e sportivo.
Non si tratta di sovrapporre due esperienze artistiche, ma di osservare come un segno universale possa continuare a generare linguaggi nuovi.
È questa la forza dell’infinito: appartiene a tutti, ma nelle mani di un artista può assumere ogni volta una voce diversa.
Con il Circuito dell’Infinito, Gianfranco Quartaroli porta il simbolo nel mondo della gioielleria contemporanea e lo rende dinamico, personale e riconoscibile.
Perché la vera creatività, come una pista senza un traguardo definitivo, non si ferma: continua a correre.


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